Giulio, il velista generoso «amico al bar» di Paoli: «Dava del tu al mare»

Pubblicato giovedì, 25 aprile 2019 ‐ Corriere.it

«Solo lui può dare / Dare del tu al mare». Gino Paoli lo descrive così, con i versi che gli ha dedicato dieci anni fa nella canzone «Il marinaio». E uomo di mare Giulio Frezza lo era davvero. Subacqueo, velista, skipper «con una cima per legarsi la vita e con il vento per lisciarsi i capelli». A ottantun anni se n’è andato salpando dalla sua città di mare, quella Genova che era anche la sua terraferma quando non navigava lontano.
Era uno di quei «Quattro amici al bar» protagonisti di un’altra poesia di Gino Paoli. Il bar è il «Caffè Porto Franco», la tana dei quattro amici. Ne comprano la licenza Gino Paoli, gli architetti Giorgio e Ottavio Celadon e Giulio Frezza, appunto. Siamo alla fine degli anni Settanta. Finora Frezza ha frequentato un altro locale con i ragazzi del suo giro, il «Giavotto». È il ritrovo degli studenti dell’Accademia di Belle Arti che sta lì accanto, nell’ombelico di Genova, piazza De Ferrari, ed è il ritrovo dei giovani ribelli, anarchici, tiratardi. Con Frezza ci sono anche Fabrizio De Andrè, Paolo Villaggio, Luigi Tenco al quale insegna ad andare sott’acqua. «Facevamo immersioni a Punta Chiappa, Pieve Ligure, le Cinque Terre — ricordava qualche tempo fa Frezza —. Luigi ha imparato in fretta perché non aveva paura». Ma il «Giavotto» chiude. Paoli, Frezza e gli altri hanno bisogno di un posto tutto loro ma anche aperto alle gente e alle idee di quegli anni febbrili. E proprio Frezza dice: «Perché non ci prendiamo il Porto Franco?». Colletta, e via; il piccolo tempio dell’amicizia rinasce nei caruggi del centro storico dietro le mura del mitico Palazzo San Giorgio. Che cosa ci poteva essere di meglio per noi «che volevamo cambiare il mondo — come dice Paoli —... che si parlava con profondità di anarchia e di libertà», che cosa di meglio di quel posto frequentato dai portuali, i camalli protagonisti di tante lotte politiche? Al gruppetto si unisce presto anche Sergio «Sergin» Vassallo, il banconiere del «Giavotto»: uno dei motivi per rilevare il nuovo bar era trovare un lavoro all’amico rimasto disoccupato. Anche Renzo Piano ha frequentato «il bar dei quattro amici» e quando ha finito i lavori del Porto Antico ha appeso una lunga copia del suo progetto alle pareti del locale.



Alla cerimonia funebre Paoli ha rivissuto gli anni insieme all’Accademia di Belle Arti: «Ma Giulio aveva capito che non era tagliato per la pittura, allora faceva il modello, sempre con le mutande, perché si vergognava». Nei suoi ricordi c’è anche un viaggio dell’amico in Svezia nel 1958: «Partirono con un sacco di belle speranze lui, Tenco, Piero Ciampi e le loro chitarre. Contavano di mantenersi suonando. E invece ne dovettero lavare di piatti...». Renzo Piano ha anche un passato di mare con Frezza: «Lo chiamavo Comandante. Quanto gli ho voluto bene». Hanno navigato assieme. Da quando s’erano conosciuti alla Lega Navale di Sestri Ponente avevano capito che guardavano l’orizzonte con lo stesso occhio curioso. «Mare mare mare. Melville e Conrad — dice la figlia Marian — lo accompagnavano sempre. Una volta, in Sardegna, andò in soccorso di un inglese: la sua barca di ventitré metri era semi-affondata e l’inglese, nonostante mio padre facesse di tutto per salvarla, la volle abbandonare. La barca, come vuole la legge del mare, diventò di mio padre. La restaurò e un giorno mi chiamò con mia madre Laura e mia sorella Elena. La barca è pronta, andiamo a fare un giro con “Klara”, disse. Grecia, Egitto, Mar Rosso, Sudan. Tornammo dopo due anni». A volte veniva fuori il suo caratteraccio, il classico ligure che sembra burbero e scontroso, ma se un amico, o anche un tipo appena conosciuto, aveva un problema... «Un generoso: tu hai sbagliato mestiere — gli ha detto Gino Paoli —. Dovevi fare il trovarobe». «Perché — spiega Marian — si affrettava a risolvere i problemi di tutti. Ti serve l’idraulico? Ci penso io. Hai bisogno di un punto d’appoggio in Australia? Te lo trovo io. Polemico e irriverente come sempre, ha pensato bene di morire il giorno della Resurrezione. Per cui non è detto che tra qualche giorno lo ritroveremo in qualche osteria a farsi un bianco».

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