Due vigili malati a marzo e guariti: il tampone è negativo, manca il referto. Isolati da 70 giorni: «Come ai domiciliari»

Pubblicato domenica, 24 maggio 2020 ‐ Corriere.it

Come arresti domiciliari, ma senza reato. Causa: ritardi nella «liberazione» dopo aver superato il Covid-19. Un intasamento burocratico, una sabbia di procedure, un conflitto interno tra settori della sanità. Per questo due agenti della Polizia locale di Milano, entrambi malati di coronavirus (dal 15 marzo), entrambi da tempo guariti (con tampone «negativo» fatto con certo ritardo e dopo incessanti richieste il 15 maggio), non riescono ancora a rientrare in servizio: perché il laboratorio ha comunicato l’esito del tampone via mail (il 19 maggio), ma il referto giuridicamente valido (su carta intestata e firmato da un medico) non è stato ancora caricato sul fascicolo sanitario elettronico. Da qui, il caotico intreccio. Il medico di base sostiene: siete «negativi», dunque non posso più farvi un certificato di malattia. Il datore del lavoro, dal suo punto di vista, non può riammetterli senza un referto medico valido. E così, in questo micro buco nero amministrativo, entrambi gli agenti hanno dovuto prendere qualche giorno di ferie per mettere una pezza all’assenza dal lavoro. Nel frattempo, ieri, nell’attesa, hanno «compiuto» la decima settimana di quarantena. Settanta giorni di isolamento coatto.
Sono stati malati «sommersi». Mai testati durante la malattia, come decine di migliaia di persone tra Milano e provincia nei mesi dell’emergenza (quelli poi segnalati dai medici di base sono stati 22 mila). Tachipirina, contatti col medico solo via mail, sintomi pesanti, «ma ci è stato sempre detto di andare in ospedale solo in caso di insufficienza respiratoria», raccontano. Poi, passata la malattia, con qualche sintomo che si è prolungato, sono entrati in una nuova macro categoria di milanesi e lombardi: i «quarantenati». Sono anche questi decine di migliaia e hanno bisogno dei tamponi per riprendere la loro vita sociale e lavorativa. E qui si crea un ingorgo tra i medici di base che devono controllare e segnalare vecchi e nuovi malati, e il sistema sanitario che deve gestire esami e pratiche. Basti pensare che oggi a Milano, per la gestione della «fase di transizione», i medici di base hanno cinque categorie di pazienti da «osservare» (tra isolati prima del 10 maggio, casi successivi, e così via). Le vecchie quarantene, quelle iniziate tra marzo e inizio aprile, sono quelle che molto spesso ancora si scontrano con un percorso d’uscita piuttosto intasato (nel caso dei due agenti di Polizia locale, il problema è che l’esito del tampone va inserito nel fascicolo elettronico del servizio sanitario, al quale però non tutti i laboratori privati che fanno tamponi per il pubblico hanno accesso diretto). «È grave che non esista un percorso definito e snello per i lavoratori del pubblico e di servizi essenziali — riflette la consigliera lombarda del Pd, Carmela Rozza — purtroppo in Lombardia ci troviamo di fronte a uno stato confusionale dell’organizzazione». Per il tampone, i due agenti milanesi sono stati convocati in un laboratorio di Rozzano (ai confini della città). Prima di fare l’esame, non hanno chiesto loro i documenti. E dopo, non è stata rilasciata alcuna ricevuta.

Tag: #Milano #Cronaca

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