Da Proust a Shakespeare, il domani dei classici

Pubblicato martedì, 18 giugno 2019 ‐ Corriere.it

Pubblichiamo l’intervento che domani la scrittrice Chiara Gamberale farà al Festival Letterature di Massenzio. Le parti in corsivo sono citazioni dei classici (si comincia con La Recherche di Marcel Proust e si chiude con il Macbeth di Shakespeare passando per l’Elettra di Euripide e la Gita al Farodi Virginia Woolf) in omaggio al tema del festival di quest’anno: «Il domani dei classici – Quand’è che un testo contemporaneo si dà come classico?». Anche oggi il cielo si svuota: quante volte l’ha fatto, senza che me ne accorgessi? Troppe.
Ma stasera è stasera, stasera me ne accorgo. E appena sposto gli occhi dalla finestra a questa stanza che puzza di bianco e disinfettante, oplà. Scopro che si è riempita di gente. Da dove sono entrate tutte queste persone? Non lo so, non me lo chiedo.
Chi sono? Non ne ho idea.
Quello che sento è che sono qui perché vogliono che io gli racconti qualcosa.
Che cosa?
Non so neanche questo. Allora gli racconto una cosa a caso: la mia vita.
- Da bambina, vedete, io sentivo tutto. Però non capivo niente. Per esempio, quando mio padre mi metteva a dormire, si chinava su di me, mi diceva buonanotte piccola, e poi chiudeva la porta…A me pareva che fuori dalla mia camera non rimanesse solo lui. Ma tutto il mondo. Mentre con me rimaneva solo il buio, un buio che non aveva niente, assolutamente niente da dirmi e che…
- Certo, certo…Sono passati parecchi anni da allora.
- Mi interrompe un tizio con i baffi. Si fa più vicino al mio letto, e prosegue: - La parete della scala lungo la quale vidi salire il riflesso della candela non esiste più da molto tempo. Anche dentro di me tante cose sono andate distrutte che credevo dovessero durare per sempre, e altre nuove ne sono sorte, facendo nascere nuove pene e gioie che quella sera non avrei potuto prevedere, così come quelle di allora mi è ormai difficile capirle. E da molto tempo a mio padre non è più possibile dire alla mamma “vai col piccolo”. Quelle ore mi sono ormai inaccessibili. Ma da un po’ di tempo ho ricominciato a sentire molto bene, se mi concentro, i singhiozzi che ebbi la forza di trattenere davanti a mio padre e che scoppiarono quando, più tardi, mi ritrovai solo con mamma. In realtà, essi non sono mai cessati; ed è soltanto perché la vita si è fatta più silenziosa intorno a me che li sento di nuovo, come quelle campane di conventi che il clamore delle città copre tanto bene durante il giorno da far pensare che siano state messe a tacere e invece si rimettono a suonare nel silenzio della sera.-
- Già…- Balbetto io. – E’ così…E’ esattamente così…E adesso, solo adesso, realizzo che niente, mai, mi ha ferita come quella porta che di notte si chiudeva e niente, mai, mi ha dato coraggio e fiducia e speranza come quella stessa porta che di mattina si riapriva, e dietro c’era di nuovo lui, mio padre, mentre dalla cucina arrivava il rumore delle stoviglie che mia madre…
- Sei proprio sicura?- A farsi vicino è un altro tizio. Parla a scatti, ha l’accento di chi viene dal freddo.- Eppure capitano a volte incontri con persone a noi assolutamente estranee, per le quali proviamo interesse fin dal primo sguardo, all’improvviso, in maniera inaspettata, prima che una sola parola venga pronunciata…
Di colpo non sono più in questa stanza, fra questa strana gente. Non è più il venti giugno del duemiladiciannove, è il dodici marzo di sessantacinque anni fa.
- Era un fuoco vivo, come non ne avevi mai visti - Mi suggerisce non so chi, in un orecchio. - Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso.
-Sì. Un fuoco vivo, un coltello col quale frugavo dentro me stessa… Ci siamo conosciuti in fila per prendere il pane: figuratevi…Ci siamo guardati, ed era già successo tutto. Non saprei spiegarvi come e perché, fra sette miliardi di persone, un giorno ne arriva una e ti raggiunge proprio lì, dove credevi non si potesse che rimanere soli, come se…
- Certamente tu, come tutti quanti, senti che c’è o dovrebbe esserci un’esistenza tua al di fuori di te. - È una donna ora che parla, mentre mi accarezza un braccio. Ma non si rivolge a me, guarda verso la finestra, e dice a nessuno: - Che senso avrebbe essere nata, se io mi esaurissi tutta in me stessa? I miei grandi dolori in questo mondo sono stati i dolori di Heathcliff, e li ho osservati e patiti tutti quanti fin dal principio; il mio più grande pensiero nella vita è lui. Se tutti quanti morissero, e non restasse che lui, io continuerei a esistere; e se tutti gli altri restassero in vita, e lui venisse annientato, l’universo mi diventerebbe completamente estraneo: non me ne sentirei più parte. L’amore per mio marito è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, lo so bene, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff invece somiglia alle rocce eterne sottoterra: ne viene poco piacere visibile, ma è necessario. Vedi, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre nei miei pensieri: non è un piacere, come io non sono sempre un piacere per me stessa, ma è il mio stesso essere. Perciò parlare di separazione non è possibile, perché…-
-…Perché anche se non lo vedo e non lo sento da quarantatré anni, quattro mesi e due giorni, lui è sempre qui. Dentro di me e dappertutto.- Corro con gli occhi per la stanza, sperando, chissà, che fra tutte queste persone ci sia anche lui, proprio lui, di nuovo lui, l’amore mio perduto e grande, e mi dica ciao, ciao bellezza, con quel sorriso suo un po’ scemo e maleducato. Ma lui non c’è. Invece c’è un bambino che piange, in un’altra stanza: il reparto maternità è due piani sopra al mio, eppure è un pianto talmente acuto che sembra venire dalla stanza accanto. O forse è il pianto di mia figlia, quando quarantuno anni fa, dopo sedici ore di travaglio, me l’hanno messa qui, sul petto, e tutti dicevano qualcosa, mentre io ho pensato solo: allora sei tu.



- Nella maternità la donna abbandona il proprio corpo al bambino. E i bambini le stanno sopra come su una collina, come in un giardino, la mangiano, la picchiano, ci dormono sopra e lei si lascia divorare e qualche volta dorme mentre loro le stanno addosso.

Sì…Sì. Infatti, invasa e divorata da lei, per qualche anno tutto mi è sembrato facile, o comunque possibile, anche vivere accanto a un uomo che non amavo, se comunque quell’uomo mi aveva permesso di avere lei. La mia bambina.
- Una moglie nevrotica insoddisfatta del marito è, come madre, tenerissima e preoccupatissima per il suo bambino sul quale trasferisce il suo bisogno d’amore.- Mi fa notare un tipo ossuto, con barbetta, occhialini e aria da medico.
-Allora perché?- Gli chiedo.- Perché, se ero così tenerissima e così preoccupatissima, quando finalmente ce l’ho fatta a lasciare mio marito, mia figlia ha, di fatto, lasciato me? Perché? Perché, perfino adesso che sono qui, lei non riesce nemmeno a venirmi a trovare, perché si inventa sempre una scusa, come se non ce la facesse a sostenere quello che ci ha divise, o forse quello che ci lega…?
- Perché ben presto si giunge a constatare che essere amati è un vantaggio al quale se ne possono e se ne devono sacrificare molti altri.- Risponde il medico. Poi tace, come aspettando che sia io a prendere l’iniziativa, a fare qualcosa. Così istintivamente guardo di nuovo verso la finestra, dove ora vorrei che comparisse lei, mia figlia: ma che cosa le direi, se me la ritrovassi finalmente davanti? Non è più il medico a parlare, ora è un vecchio, è avvolto in un lenzuolo e pare un santo:- Del padre amica, o figlia mia, per indole tu sei. cosí succede. alcuni tengono dall’uomo, ed altri amano piú la madre. Ma ti perdóno.-
Le direi esattamente questo prima di tutto, sì. Perdonami: io ti perdono. Ma poi, poi le direi anche… Ragazza mia,
io non ho paura di morire.
Tuttavia, ogni tanto
mentre lavoro
nella solitudine della notte,
ho un sussulto nel cuore,
saziarsi della vita, figlia mia,
è impossibile. Non vivere su questa terra
come un’inquilina,
o come una villeggiante stagionale.
Vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre. Credi al grano,
alla terra, al mare,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Ama la nuvola,
il libro
la macchina,
ma prima di tutto l’uomo. Senti in fondo al tuo cuore
il dolore del ramo che secca,
del pianeta che si spegne,
della bestia ferita,
ma prima di tutto
il dolore dell’uomo.
Godi di tutti i beni terrestri,
del sole,
della pioggia
e della neve,
dell’inverno e dell’estate,
del buio e della luce,
ma prima di tutto godi dell’uomo.
E infine la pregherei di chiudere gli occhi assieme a me e ricordare quei giorni, i nostri giorni perfetti, quando lei chiamava mamma, io rispondevo dimmi, e non c’era nient’altro da aggiungere. - Così, nella casa vuota, con le porte chiuse a chiave, i materassi arrotolati, irruppero quegli aliti dispersi, avanguardia di grandi eserciti. Entrarono con furia, spazzando le assi spoglie; mordevano e soffiavano, senza incontrare nelle camere o nei salotti nulla che resistesse loro, se non della carta da parati scollata che sbatteva, del legno che scricchiolava, le gambe nude dei tavoli, le pentole e le porcellane ormai incrostate di calcio, annerite, incrinate. Ciò che s’erano tolti e avevano lasciato lì- un paio di scarpe, un berretto da cacciatore, delle gonne sbiadite e delle giacche negli armadi- serbava ancora l’impronta umana e in quel vuoto indicava che una volta quelle forme erano state piene, animate; una volta le mani s’erano date da fare con ganci e bottoni, una volta lo specchio aveva contenuto una faccia, anzi un mondo cavo in cui una figura s’era girata, una mano era apparsa, la porta s’era aperta, e i ragazzi erano entrati di corsa, ruzzolando, e poi se n’erano riandati. Ora, giorno dopo giorno, la luce proiettava sulla parete la sua immagine chiara, come un fiore riflesso nell’acqua. (…) La grazia e la quiete regnavano, insieme modellando il profilo di una forma da cui la vita s’era staccata; una forma solitaria, come uno stagno di sera- remoto, visto dal finestrino di un treno così veloce, che lo stagno a mala pena è derubato dalla sua solitudine, anche se visto. La grazia e la quiete si davano la mano nella camera da letto; tra brocche velate e sedie avvolte in lenzuola, l’intrusione del vento e del soffice muso delle vischiose brezze marine – che sfregavano, sfiatavano, e ripetevano ancora e ancora le loro domande: “Vi toccherà scomparire? Perire?”- non disturbava la pace, l’indifferenza, l’aria di assoluta integrità, come se alla domanda che facevano fosse a malapena necessario rispondere: noi resteremo. Nulla sembrava potesse rompere quell’immagine, corrompere quell’innocenza, disturbare il manto fluente del silenzio che, settimana dopo settimana, nel vuoto delle stanze, cuciva nella sua trama le grida roche degli uccelli, le sirene delle navi, il ronzio monotono dei campi, il latrato di un cane, l’urlo di un uomo, con cui avvolgeva il silenzio della casa.- Già. Nulla sembrava potesse corrompere quell’innocenza…Invece poi sono arrivati gli anni in cui tutto quello che è davvero importante era già successo. Allora è diventato davvero difficile trovare un senso per continuare ad andare avanti… Mi si avvicina un altro uomo ancora, stavolta con l’accento di chi viene dal caldo:- La vita ti si esauriva nel ricamo. Si sarebbe detto che ricamavi durante il giorno per disfare il lavoro di notte, e non con la speranza di sconfiggere in quel modo la solitudine, ma tutto al contrario, per sostenerla.-
È vero…E proprio sostenendo la mia solitudine, invece di ingannarla, giorno dopo giorno mi ha sorpreso quella rivelazione…Troppo tardi, ormai sarebbe servita a poco. Ma è arrivata. La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;
essere un cane
o carezzarlo sul suo pelo caldo;
distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;
stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.
Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;
e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;
e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante. Seguire con gli occhi. Una scintilla. Nel vento. E persistere nel non sapere qualcosa. D’importante… Qualcosa. D’importante. Che stasera persisto nel non sapere. Ma ecco che, finalmente, almeno vedo. Vedo. Vedo quella copertina viola, sul comodino della mia camera da figlia, quella copertina verde, su quell’altro comodino, a casa dell’amore mio grande e perduto, quell’altra copertina ancora su quell’altro comodino ancora, nella mia camera da moglie e da madre. Ancora più forte della puzza di questo bianco e di questo disinfettante, all’improvviso sale e m’investe l’odore di quelle pagine. Le pagine dei libri più cari che ho letto nella mia vita: e che stasera leggono la mia vita per me. Perché stasera è stasera. Il cielo, dopo essersi svuotato, si è ricaricato di nero. Mi sa che il momento è arrivato. E a tenermi la mano qui non c’è l’amore mio perduto e grande, non c’è mia figlia, non ci sono mio padre e mia madre. Ma ci sono solo loro, le parole, tutte le parole perfette, eterne e sempre nuove che ho cercato di capire per capire meglio quello che succedeva, o per capire che il più delle volte non c’era proprio niente da capire. Persistere nel non sapere Qualcosa d’importante… Non c’è niente da capire soprattutto adesso. Adesso che. Adesso che. Adesso. Che. -Sarebbe dovuta morire prima o poi. | Ci sarebbe dovuto essere un tempo per (usare) questa parola | domani, domani, domani, | si insinua a piccoli passi giorno per giorno | fino all’ultima sillaba del tempo prescritto; | e tutti i nostri ieri hanno rischiarato a stupidi | la strada a una morte polverosa. Consumati, consumati, corta candela! | La vita è un’ombra che cammina, un povero attore | che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco | e poi non se ne sa più niente. È un racconto | narrato da un idiota, pieno di suoni e furore, | significante niente.” -Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto.
-Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo.
-Franz Kafka, Lettere a Milena.
-Emily Bronte, Cime tempestose.
-Marguerite Duras, La vita materiale. Marguerite Duras parla a Jérome Beaujour
-Sigmund Freud, Tre saggi sulla sessualità.
-Euripide, Elettra.
-Nazim Hikmet, Poesie.
-Virginia Woolf, Gita al Faro.
-Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine.
-Wislawa Szymborska, Attimo.
-William Shakespeare, Macbeth.

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