Coronavirus, in prima linea senza mascherine: in Francia i lavoratori minacciano di «ritirarsi»

Pubblicato sabato, 21 marzo 2020 ‐ Corriere.it

Dal nostro corrispondente
PARIGI «Siamo in guerra», ha detto Emmanuel Macron rivolgendosi ai francesi. Ma i soldati al fronte non hanno armi. Medici, infermieri, addetti alle consegne, netturbini, postini, negozianti di generi alimentari, operai, impiegati chiamati ad andare sul posto di lavoro perché il Paese non si fermi del tutto non hanno mascherine e guanti.

Alcuni cominciano a brandire la minaccia del «droit de retrait», il diritto garantito dal codice di non prestare il proprio lavoro in caso di rischi gravi e comprovati. Lo hanno invocato per primi i dipendenti del Louvre, che all’inizio della crisi, e prima che il governo chiudesse tutti i musei e gli altri luoghi pubblici, per due giorni con decisione autonoma si sono rifiutati di aprire il museo più visitato del mondo.

Adesso a minacciare di non andare a lavorare sono i netturbini: «Siamo ammassati in tre nelle cabine dei camion a meno di un metro gli uni dagli altri, siamo a contatto con i rifiuti di tutti, e non abbiamo le mascherine. Le nostre condizioni di lavoro non sono più tollerabili».

Poi ci sono le forze dell’ordine, che in questi giorni sono chiamate a controllare il rispetto del confinamento: fermano le persone per strada, controllano che chi entra nelle stazioni abbia uno dei pochissimi motivi validi (raggiungere una persona sola e bisognosa di aiuto, andare a lavorare), e si trovano ad affrontare - spesso senza protezioni - situazioni impreviste come la ressa al mercato aperto di Barbès, qualche giorno fa: centinaia di parigini accalcati a fare la spesa, nonostante l’ordine del governo di stare a casa e comunque rispettare le distanze di sicurezza. Anche i sindacati di polizia minacciano azioni clamorose come il non entrare in servizio, se non riceveranno strumenti adeguati.

Come mai la Francia affronta la crisi con questa impreparazione? Uno dei motivi può essere la grande preparazione messa a punto nel 2009, quando il mondo sembrava alle porte di una catastrofica epidemia per colpa del virus H1N1. Si temevano da 9 a venti milioni di malati, e fino a 200 mila morti in Francia. Un po’ come per il coronavirus di oggi. In pochi mesi le autorità riuscirono ad accumulare due miliardi di mascherine. Alla fine, grazie alla vaccinazione di massa, l’epidemia passò senza provocare grossi danni.


Il precedente può avere scoraggiato le autorità francesi dal prendere misure eccezionali quando si è cominciato a riparlare di rischio epidemia, preferendo agire all’ultimo momento. Solo che adesso anche coloro che ne avrebbero più bisogno, medici e infermieri, si trovano ad agire talvolta senza guanti e mascherine. Il direttore generale della Sanità, Jérome Salomon, ha riconosciuto che le mascherine in questo momento «sono una risorsa rara», da attribuire oggi solo al personale medico, «tanto i cittadini comuni non saprebbero usarle correttamente».

Il che suona come l’ennesima spiegazione a posteriori: non ci sono abbastanza test per il coronavirus? Le autorità dicono di seguire un’altra strategia (ma quale?) diversa dai test di massa. Non ci sono abbastanza mascherine? Si dice che non servirebbero perché molti farebbero errori nell’indossarle.

La questione delle mascherine provoca crepe nell’«unione nazionale» chiesta e in parte ottenuta da Macron, una specie di pausa nella lotta politica per affrontare l’emergenza. Le opposizioni non risparmiano critiche al governo per uno «scandalo di Stato» che andrà affrontato quando l’epidemia sarà finita.

«Forse le colpe non sono solo del governo attuale - ha detto a Libération il senatore socialista Patrick Kanner -. Ma perché non ha fatto nulla da febbraio? Eppure i segnali non mancavano, con quel che succedeva in Cina, Iran, Italia. Quando alcuni esponenti della maggioranza portano come spiegazione il fatto che un camion di mascherine è stato rapinato, la fanno un po’ troppo facile. Lanceremo una commissione d’inchiesta, ma quando la pandemia sarà passata. Adesso non è il momento».

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