Conte per il «manifesto di Assisi»: «Ecco il mio progetto per l’Italia green»

Pubblicato venerdì, 24 gennaio 2020 ‐ Corriere.it

Il presidente del consiglio Giuseppe Conte è intervenuto oggi alla presentazione del «manifesto di Assisi», progetto politico per la costruzione di un’Italia più green e attenta ai cittadini. Ecco il testo integrale del suo intervento*******


Grazie, grazie per questo invito, saluto tutti i presenti, in particolare il Reverendo padre Custode, padre Enzo Fortunato, saluto sua Eminenza Bassetti, che abbiamo appena ascoltato, il presidente Sassoli, il ministro Manfredi - siamo venuti insieme - e tutte le autorità civili e religiose, e voi gentili ospiti, mi avete già posto tante questioni, cercherò di rispondere ma volevo precisare che davvero è un onore partecipare a questa iniziativa, alla presentazione del Manifesto per un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica. È davvero significativo che si riuniscano qui - nella città di San Francesco - tanti attori protagonisti della nostra vita economica, sociale, civile: rappresentanti del mondo produttivo, delle istituzioni (locali, nazionali, europee), alcuni rappresentanti fra le più vivaci realtà associative.
Tutti noi oggi, a prescindere dal nostro ruolo nella società, dalle specifiche sensibilità che esprimiamo nei noi differenti anche contesti di vita e di lavoro, abbiamo avvertito la necessità – e qui la presenza è davvero numerosa - direi forse l’urgenza di convenire nella città del «poverello», richiamati non solo da questa stimolante iniziativa, così attuale quanto a visioni e a temi, ma anche forse dalla suggestione del luogo, nel quale l’arte e la cultura esprimono - in modo irripetibile - una spiritualità attraente e suggestiva, così fortemente avvinta al mistero della creazione e, alla bellezza della natura, che san Francesco ha saputo magnificare in una delle espressioni della letteratura italiana delle origini, forse più alte, più liriche, il Cantico delle creature. Siamo quindi qui nella città di San Francesco, nel segno di Francesco, per perseguire e condividere un obiettivo fondamentale che riteniamo evidentemente non più differibile: tornare a prenderci cura de «la nostra casa comune», il Pianeta.
Il Pianeta è la nostra casa, nella quale abitiamo, lo spazio dove noi quotidianamente tessiamo le nostre relazioni, costruiamo anche il nostro avvenire, perseguiamo i nostri progetti personali di vita, cerchiamo anche di realizzare i nostri sogni. E non è un caso che ecologia ed economia contengano una radice comune: il prefisso eco, che deriva dal termine greco oìkos e che significa, per l’appunto, “casa” Tuttavia oltre ad essere un luogo il Pianeta è anche la fonte che alimenta la vita, dalle risorse del Pianeta, fin dagli albori della civiltà, l’uomo trae nutrimento, trae sostegno. Ecco, prendersi cura del Pianeta. Qui però c’è un equivoco, un primo equivoco che si annida soprattutto nei correnti ragionamenti. Prendersi cura del Pianeta significa prendersi cura di qualcosa che è altro da sé: qualcosa in una distinzione tra soggetto e oggetto. E’ un errore. Prenderci cura del Pianeta significa prenderci cura di noi stessi. Amare, essere responsabili, assumere un atteggiamento responsabile verso noi stessi.
C’è un secondo equivoco che nei correnti ragionamenti spesso si annida ed è un equivoco che riguarda il fatto che prendersi cura del Pianeta In questo senso, il Manifesto che oggi presentiamo fonda la sua proposta su un vero e proprio “matrimonio” fra ecologia ed economia: prendersi cura del Pianeta costituisca un vincolo allo sviluppo ma, al contrario, oggi che stiamo maturando una più diffusa consapevolezza ci rendiamo conto che prendersi cura del Pianeta è il presupposto imprescindibile dello sviluppo, di uno sviluppo che oggi consideriamo sostenibile. E il Papa nella sua enciclica – ci ricorda che l’uomo contemporaneo “avverte una crescente sensibilità riguardo all’ambiente e alla cura della natura, e matura una sincera e dolorosa preoccupazione per ciò che sta accadendo al nostro pianeta”. Ecco, il rischio che stiamo correndo è grande. Secondo gli esperti la temperatura globale rischia di aumentare di oltre due gradi centigradi entro la fine di questo secolo, mettendo in pericolo il nostro stile di vita e, più in generale, l’ecosistema.
Negli ultimi decenni, soprattutto in Occidente, è prevalsa l’idea di lasciare il timone dello sviluppo economico ai soli meccanismi di mercato – mi ha fatto molto piacere sentire il prof. Zamagni. Forse dico qualcosa che avete già ripetuto – i meccanismi di mercato ci siamo convinti che avrebbero arrecato benefici a tutti, come “una marea che solleva tutte le barche”. L’angusta visione dell’homo oeconomicus, è questa che ha prevalso per lungo tempo, l’uomo considerato nella mera limitata dimensione dell’utile personale, rimpicciolito rispetto allo straordinario, ricchissimo, variegato spettro delle sensibilità, delle azioni, che non sono sempre riconducibili a logiche meramente egoistiche, ecco questa visione non si è rilevata capace di comprendere e di interpretare la complessità del tempo che stiamo vivendo e non si è rilevata in grado di rispondere ai più profondi interrogativi che ci stiamo ponendo.
Peraltro, alla rapida crescita di taluni settori e all’ascesa di alcune fasce sociali, decisamente minoritarie, della popolazione hanno fatto da contraltare l’aumento drammatico delle disuguaglianze nel reddito, sia all’interno dei Paesi sia nei rapporti fra i diversi Paesi, come pure l’incremento di coloro che sono rimasti indietro, esclusi dai benefici promessi dall’evoluzione tecnologica che sono i benefici anche di un mondo globalizzato con nuove prospettive di occupazione e di sviluppo che spesso sono state tradite, e che hanno anche accresciuto la disoccupazione a danno di persone che, per età e formazione, sappiamo difficilmente convertibili a nuovi impieghi. Più in generale, gli squilibri della globalizzazione hanno alimentato il terreno fertile di cui si nutrono anche oggi le tendenze neo-protezionistiche, le quali rischiano di procurare all’economia mondiale un nuovo arresto, che potrebbe rivelarsi esiziale, dopo una lunga crisi economica e finanziaria - la più lunga dal secondo dopoguerra - esplosa nel 2008.
Proprio questa crisi economica, come spesso avviene in situazioni di grande necessità, di grande emergenza, è diventata l’occasione per riconsiderare il nostro modello di sviluppo. Ne dobbiamo approfittare. Questa iniziativa si inserisce in questa direzione, si inserisce in questo filone di consapevolezza. Dobbiamo essere consapevoli che, la nostra casa comune è in disordine, l’intera famiglia umana soffre. La concezione dell’homo oeconomicus, quella visione che ha orientato la traiettoria della crescita per lungo tempo, si è dimostrata gravemente carente, se non proprio fallimentare. In base a quella visione, che non lascia spazio alla dimensione più ricca, sociale, dell’esistenza umana, ogni “agente economico” - il consumatore o l’impresa e vedete già la riduzione a categorie economiche delle persone è significativa - dovrebbe minimizzare i propri costi, massimizzare i propri benefici, e da questa sommatoria dovrebbe emergere il miglior esito possibile per l’intera società. E sono concezioni che il Prof. Zamagni sa bene nell’ambito delle teorie, delle dottrine economiche, sono state ben riassunte dalla dottrina della scelta razionale.
Al contrario, come dimostra una pur robusta tradizione di pensiero, che è rimasta soffocata, quella che oggi invece celebriamo anche dell’economia “civile” o forse con un’espressione che a me piacerebbe ancor di più dell’economia “integrale” - l’uomo è un essere naturalmente orientato alla socialità, è portatore di valori che non si possono ridurre al soddisfacimento di meri interessi economici individuali, ma contemplano sentimenti sconosciuti all’economia classica e che pure - ne abbiamo esperienza diretta - muovono comunque le nostre azioni: l’empatia, la benevolenza, la generosità. E vedete, Adam Smith, che è considerato un po’ uno dei padri fondatori dell’economia moderna, lui insegnava filosofia morale a Glasgow, e se rileggiamo quella sua opera fondamentale, Into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, noi leggiamo proprio questi concetti, benevolenza, solidarietà, altruismo. Questa più ampia, questa più comprensiva visione, si fonda sul valore della persona assunta come perno dell’intero sistema sociale, dell’ordinamento giuridico, il cui statuto ontologico non è riducibile a uno schema astratto e semplificato, che mira a ridurla a una monade isolata.
Al contrario - per sua stessa vocazione - la persona entra in relazione con il prossimo al punto che per realizzare le proprie iniziative anche economiche, anche squisitamente imprenditoriali, ha bisogno di sviluppare rapporti di fiducia, di reciproca responsabilità, nonché di sentirsi parte di una comunità che legittimi e regoli questi scambi. Questo modo di concepire l’economia, che appare nuovo, in realtà non stiamo, se mi permettete, scoprendo nulla di realmente nuovo. E quando, mi fa piacere che Ermete Realacci abbia richiamato anche qualche mia riflessione che ho riassunto in un volume sulla responsabilità sociale d’impresa. Quando io ragiono di teorie e prassi responsabili sul piano sociale, noi, vedete, ragioniamo di null’altro che di una prospettiva per un’impresa di medio e lungo periodo. Come stare correttamente responsabilmente e prospetticamente sul mercato, il fatto che oggi maturi una sempre maggiore sensibilità, anche da parte di fondi di investimento che sono stati richiamati, è la consapevolezza che solo quella direzione di sviluppo è sostenibile.
E allora, chi orienta le proprie azioni con “premura” per quanto riguarda l’impatto ambientale, chi si premura di offrire un ambiente lavorativo che sia proficuo, realmente di crescita, per quanto riguarda i propri lavoratori, chi tutela i diritti umani, non fa altro che svolgere responsabilmente la propria missione, anche squisitamente economica, ma nella consapevolezza di darsi una traiettoria, non meramente speculativa e mediata, ma una traiettoria di sviluppo nel medio, nel lungo periodo. Questo modo di concepire l’economia, le attività economiche, se mi permettete appartiene proprio alla nostra tradizione, alla tradizione italica, alla cultura e alla società italiana. Trae la sua fonte di ispirazione dalla società comunale, di cui peraltro Assisi è un fulgido esempio. Quella società, direi quella civiltà, di cui l’Italia deve andare fiera, in quanto tratto essenziale della sua storia e della sua cultura, che aveva già concepito tanto tempo fa un’economia “a misura d’uomo” - come si evince dalla lettura degli statuti comunali o dai documenti delle corporazioni di arti e mestieri che animavano l’allora vita cittadina.
Ancora oggi, nella nostra identità italiana sono presenti i semi, i germi, di questa cultura civica, lo ha ricordato il Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno – che è sinonimo di sapienza, genio, armonia, umanità e che è diffusamente apprezzata in tutto il mondo. Ritrovando le radici profonde della sua cultura solidale, l’Italia può promuovere, può essere all’avanguardia nella promozione di questo modello di sviluppo integrale, di questo modello di sviluppo sostenibile, in grado di riannodare i legami tra le comunità produttive, valorizzando l’artigianato e il commercio, sostenendo la piccola industria sempre più inserita nelle catene del valore globali e ricomponendo le filiere interne nelle quali grande, media e piccola industria possono godere di vantaggi reciproci. Si tratta di un’impronta tutta italiana allo sviluppo che, nonostante le difficoltà che caratterizzano il nostro quadro economico e che non possiamo tacere, ci consentiranno, ne sono convinto, di godere di primati anche nel campo della sostenibilità ambientale.
E d’altra parte qualche primato lo possiamo già rivendicare. La Fondazione Symbola lo ha ben sottolineato nel suo report; l’Italia è il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti generati: avviamo a riciclo, credo sia stato detto nel corso della mattinata, il 79% dei rifiuti prodotti, un’incidenza più che doppia rispetto alla media europea e ben superiore rispetto a tutti gli altri player europei. Vantiamo anche un primato. Siamo il secondo paese europeo per quanto riguarda le energie rinnovabili. Insomma, possiamo recitare un ruolo da protagonisti in questa direzione, per quanto riguarda questo modello di sviluppo. Il 51% di chi ha investito in sostenibilità ha registrato un aumento delle proprie esportazioni nel 2018 e il 79% di queste imprese ha generato innovazioni tecnologiche. Non è un caso, peraltro, che in Italia il numero dei green jobs, i posti di lavoro legati alla sostenibilità ambientale, abbia superato i 3 milioni complessivi nel 2018, attestandosi in una percentuale pari al 13,4% dei lavori complessivi. Ecco che rispondo anche ad alcune questioni che mi erano state poste.
Il sistema dell’Italia “verde”, quindi, manifesta un enorme potenziale di crescita, anche in termini di nuove opportunità di lavoro e di occupazione. Ovviamente il governo ha una grande responsabilità in questa prospettiva. Dobbiamo evidentemente lavorare per creare ancor più le premesse perché questo modello di sviluppo possa svilupparsi appieno. All’interno della legge di bilancio per il 2020, noi, alcuni primi significativi segnali li abbiamo inseriti, li abbiamo già introdotti. Il cammino è lungo e faticoso, abbiamo ancora molti passi da compiere. Ma per la prima volta abbiamo lanciato, in modo chiaro, preciso, un Green New Deal, abbiamo stanziato 4 miliardi di euro dal 2020 al 2023, oltre a tutti gli altri investimenti, per un Fondo appositamente dedicato alla transizione energetica, alla decarbonizzazione, all’economia circolare, che permetterà di sviluppare nuove energie fra pubblico e privato, al fine di incentivare l’innovazione verde. Abbiamo introdotto anche uno strumento, una misura molto utile per il mondo delle imprese, un credito d’imposta al 10% indirizzato alle imprese produttrici di plastica monouso, per incentivare l’adeguamento tecnologico finalizzato alla produzione di plastiche compostabili.
È stata poi resa strutturale una misura che abbiamo trovato molto efficace anche in passato; ai Comuni di tutte le dimensioni, distribuiremo adesso 500 milioni di euro all’anno per investimenti nell’efficientamento energetico e nello sviluppo territoriale sostenibile. I contributi diretti ai Comuni si sono rivelati, infatti, già nel corso del 2019, una delle componenti più dinamiche della spesa per opere pubbliche e, nella loro declinazione green in particolare, già sperimentata con il decreto “Crescita”, potranno senz’altro contribuire a realizzare, a dare un nuovo volto ai nostri centri urbani. Non da ultimo, nella manovra economica il Governo ha introdotto il bonus facciate, una detrazione del 90% delle spese sostenute nel 2020 per il recupero o restauro delle facciate. Sono state poi prorogate per il 2020 le detrazioni per gli interventi di efficienza energetica (il cosiddetto “ecobonus”) e per la ristrutturazione edilizia.
Ora, sono delle misure che, ci rendiamo conto, vanno ancora incrementate. Noi abbiamo in poco tempo, in pochi mesi, con un quadro di finanza pubblica, già dato degli importanti segnali. Sono quei passi verso quel cambio di paradigma che lo stesso Manifesto, di cui oggi ragioniamo, richiede per affrontare la sfida ambiziosa, ma ineludibile, della neutralità climatica da conseguire entro il 2050. Un obiettivo molto ambizioso, molto difficile da perseguire, che richiede la nostra costante attenzione. Non possono affatto esaurire il complesso degli interventi necessari, ma abbiamo le idee chiare sulla direzione che dobbiamo seguire. Peraltro a livello europeo, lo dico e lo ripeto, l’ho detto nel corso dell’ultimo Consiglio europeo: l’Europa non è più l’ombelico del mondo. Noi abbiamo una visione “eurocentrica”, la nostra civiltà occidentale è ancora l’angolo di visuale di tutti i fenomeni. Non siamo più l’ombelico del mondo però su questo tema possiamo recuperare una posizione di leadership a livello mondiale, sul piano quindi politico, economico, sociale. Anche perché gli sforzi in questa direzione se non sono globali, se noi non riusciremo a convincere non solo quindi l’Italia, non solo l’Europa, ma gli altri continenti, questa sfida non la vinceremo mai.
L’Europa inquina per una modestissima parte rispetto alla percentuale di inquinamento del mondo. Ecco allora che - e rispondo ad un altro quesito che mi era stato posto - l’Italia è perfettamente allineata al “Green new deal” che è stato lanciato dalla nuova Commissione europea e dalla Presidente della Commissione in particolare, Ursula von der Leyen. Diciamo che il nostro progetto politico sul piano interno e quello europeo sono completamente consonanti. E questa darà ancor più forza all’Italia e all’Europa per marciare in questa direzione. Noi non possiamo più considerare la spesa orientata a proteggere l’ambiente e abbattere le emissioni come un costo: essa è, al contrario, un investimento essenziale per ridurre il “debito ecologico”, che purtroppo stiamo lasciando alle future generazioni e che è destinato a crescere, soprattutto se non saremo in grado di prevenire il dissesto idrogeologico, accrescere la diffusione dei sistemi di economia circolare, abbattere drasticamente le emissioni. Quindi continueremo a lavorare, già a fine mese quindi nei prossimi giorni, ci confronteremo per rilanciare l’agenda 2023, e siate tranquilli, questo “Green new deal” sarà un pilastro della nostra agenda, della nostra azione di Governo.
Mi avvio a conclusione. Dobbiamo lavorare insieme. Io oggi ho un’agenda particolarmente impegnativa: tra qualche ora vedrò il Vice Presidente americano Pence e poi il Presidente iracheno Salih. Però tenevo ad esser qui presente perché è importante offrire, derivare un confronto utile innanzitutto a me che sono il responsabile di Governo e dare anche una testimonianza del cammino che stiamo percorrendo. È un cammino, vedete, che si compone di tanti passaggi. Noi non possiamo pensare che ci sia un’iniziativa, una misura in particolare, risolutiva. Per esempio, di grande utilità ritengo due iniziative che abbiamo assunto a livello di Governo: non vi sarà sfuggita, almeno ad alcuni di voi, la trasformazionea del Cipe in Cipes (Comitato interministeriale della programmazione economica e dello sviluppo sostenibile). Dal primo gennaio 2021 questo significa che quando ci riuniremo a livello interministeriale per programmare le iniziative economiche e finanziarie, dovremo anche tener conto, integrare nelle nostre valutazioni, anche l’impatto ambientale e quindi lo sviluppo sostenibile.
Io stesso ho istituito la Cabina di Regia “Benessere Italia”, istituita a Palazzo Chigi, che sarà determinante per armonizzare e coordinare tutte le politiche perseguite dai singoli Ministeri, orientandoli nella direzione del benessere equo e sostenibile, nel segno di un’economia realmente “a misura d’uomo”, come recita il Manifesto che oggi presentiamo. Ma soprattutto, dovremo continuare a riporre fiducia nell’Italia: nei giovani, nelle famiglie, nella scuola, nelle aziende, nel sentimento profondo di solidarietà e coesione, che è il migliore ingrediente per il rilancio economico e sociale. Ecco, due pilastri: solidarietà e innovazione. Su questo l’Italia può lavorare per costruire tutti insieme un’economia a misura d’uomo, capace di consegnare alle generazioni più giovani, ai nostri figli, ai nostri nipoti - non qualcosa di altro da noi - a quelli quindi che verranno un mondo pulito, un mondo più sicuro più inclusivo, più giusto, un mondo - come recita il Manifesto di Assisi - “gentile”. Gentile nei pensieri, nei comportamenti, ma gentile anche nelle parole.

Tag: #Politica

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