Che mondo sarà dopo  il coronavirus?

Pubblicato sabato, 21 marzo 2020 ‐ Corriere.it

Il «distanziamento sociale» è arrivato subito ai piani alti: i governi nazionali sono sempre più lontani tra loro. Nelle forme più moderate, prevale la penuria di solidarietà, anche tra europei; nelle forme più radicali, c’è aggressività, come tra Stati Uniti e Cina. Se questo è il cartamodello sul quale si ritaglierà il futuro del mondo dopo il virus, arriveranno tempi grami.

Non è però detto che debba essere così, o almeno non del tutto: dalle maggiori crisi si esce prima o poi in positivo, è sempre successo.

Il problema è quando, dopo quanto tempo e dopo quante sofferenze.

E questo dipende dalle scelte che i Paesi faranno e che già ora fanno. Perché la pandemia innesca la crisi ma sono le decisioni politiche, e nel caso del Sars-CoV-2 anche quelle geopolitiche, a determinare ciò che verrà. Non esiste un determinismo sanitario o ambientale.

La Prima guerra mondiale e le successive influenza spagnola e violente lotte sociali furono seguite dai Roaring Twenties, l’Età del Jazz, della Riviera francese, della Berlino Babilonia. Dopo le privazioni e la morte, la gente voleva divertirsi, incontrarsi, ballare. È naturale e probabilmente qualcosa del genere succederà alla fine del coronavirus.

Ma fu un blip, in quel lungo passaggio storico: la globalizzazione degli ultimi decenni dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento si interruppe con la guerra, fu seguita da lotte furibonde, sfociò nei fascismi e nel comunismo e approdò alla fine degli Anni Trenta in un altro conflitto mondiale. Fu la rottura della globalizzazione, che a cavallo del 1900 era avanzatissima, accompagnata da scelte politiche scellerate a fare della prima metà del secolo scorso una delle epoche peggiori, nella quale crollò l’intelligenza delle classi dirigenti, soprattutto europee.

I gloriosi Anni Venti furono brevi. Può succedere di nuovo?

Prima del virus, la globalizzazione vacillava, tra scontri commerciali e tecnologici e ostilità tra le due potenze maggiori, Stati Uniti e Cina. Ora rischia di andare a rotoli: la competizione per l’egemonia mondiale non va in quarantena durante la pandemia, semmai diventa spietata. Continuamente, Donald Trump definisce «cinese» il virus, per provocare Xi Jinping, e la sua Amministrazione invita le imprese americane a tornare a casa, ad abbandonare la Cina. Ora che la crisi sanitaria è in ritirata, Pechino si lancia in una campagna globale di doni, Italia privilegiata, per coprire le responsabilità nell’origine dell’epidemia e affermare che il modello cinese è quello vincente, da copiare e generoso.

L’Europa chiude i confini esterni e anche quelli interni all’area di Schengen (quando il virus è già dentro) e si cimenta nella concorrenza per mascherine, tute e respiratori tra i Paesi della Ue.

Nel nuovo concerto delle Nazioni, dove ognuna punta il dito contro il vicino o il rivale, il pericolo maggiore viene dal fatto che siamo senza una leadership. Come nel 1914, quando le potenze europee si avviarono, «sonnambule», verso la guerra.

Uno dei caratteri politici più straordinari di questa crisi mondiale è l’assenza di guida da parte degli Stati Uniti, che nel Novecento furono leader indiscussi nella Prima e Seconda guerre mondiali, nella Guerra Fredda e nella sua fine e in tutte le maggiori vicende globali. Non più. Dall’altra parte, la Cina, nella versione iper-affermativa di Xi, cerca di riempire il vuoto lasciato da Washington inviando, dopo avere esportato il virus, medici e macchinari a mezzo mondo. Export di esperienza e di strumenti distribuiti strategicamente per conquistare amici da tenere poi vicini nel nuovo ordine non più dettato dalla Pax Americana ma da una Pax Sinica.

Un’illusione, quasi certamente, quella di Xi, almeno per tre motivi.
Alla fine delle distruzioni economiche della pandemia, molti imprenditori americani ed europei rifletteranno parecchio prima di affidarsi, per le loro forniture di componenti e prodotti intermedi (a cominciare dai farmaceutici), alla sola Cina, dove un imprevisto e destabilizzante «cigno nero» può presentarsi all’improvviso. La quale dunque rischia di perdere lo status, già minacciato prima della crisi, di fabbrica del mondo.
Secondo, parecchio cambierà probabilmente nella Cina stessa, anche se non subito: la mancanza di libertà di espressione, la censura e la repressione sono stati decisivi per il prendere piede dell’epidemia; anche in una società compressa dal Partito Comunista, momenti come questi, momenti come la morte del dottor Li Wenliang punito perché avvertì del rischio, si depositano nel ricordo collettivo e prima o poi rispuntano.
Terzo, buona parte del mondo, soprattutto quello più sviluppato, ricco e democratico, difficilmente è disposto ad accettare il modello autoritario cinese, per quanto annacquato.

Per quel che riguarda l’Europa, continuerà, come prima di conoscere il coronavirus, a giocare in difesa, chiusa nella sua mentalità eurocentrica ma senza una visione generale di sé stessa, su quale ruolo avere nel mondo. Forse addirittura più divisa di oggi, tra Paesi sospettosi del vicino e con nuove fratture tra Nord e Sud e tra Est e Ovest, messa dietro la lavagna dalle mascherine cinesi che arrivano a sostituire quelle accaparrate da ogni governo del continente.

Rischiamo insomma di restare con un mondo senza un Paese leader, probabilmente diviso in sfere d’influenza, una cinese e una occidentale plus, con Giappone, Australia, Corea del Sud e altri. Una rottura della globalizzazione e della ragnatela di rapporti economici, tecnologici, scientifici, culturali, di viaggio che aveva avvolto il mondo nei decenni scorsi. La vittoria, a quel punto, del distanziamento sociale.

A meno che…

A meno che, come dopo la Seconda guerra mondiale, nascano nuove leadership che ridefiniscano la capacità di ricostruire un ordine in grado di mettere fine alle dispute già fortissime prima del virus e in parte finite fuori controllo sotto la pressione della pandemia. Dopo il 1945 e nei decenni successivi, si ricostruì l’economia occidentale su basi nuove, aperte; si diede impulso ai diversi modelli di Welfare State che già erano in embrione da tempo; si costruì e si difese la società libera e liberale; si crearono le basi per una nuova globalizzazione.

Gli assi sui quali si sosterrà il mondo negli Anni Venti (e oltre) del Ventunesimo Secolo non saranno prodotti da rivoluzioni ma da cambiamenti seri sì.

La lotta alla povertà dovrà essere più efficace e quindi la crescita economica più robusta.
I sistemi di welfare occidentali, antiquati, andranno probabilmente rivisti perché i già alti debiti degli Stati saranno ancora più alti dopo la crisi. I sistemi sanitari andranno rafforzati vedendo già oggi quali sono i modelli che meglio sanno rispondere all’emergenza.
Il rapporto con la natura e la qualità delle città prenderanno una parte sempre maggiore nell’interesse dei cittadini.
La scienza e l’istruzione saliranno nella scala dei valori sociali.
La gente, come un secolo fa, avrà voglia di libertà non solo nei caffè ma anche nella cultura e nelle arti, per cancellare lo spavento e le tristezze.

Niente di buono verrà però automaticamente. Tutti, ora, ci diciamo che nulla sarà più come prima. Ma se lasciamo correre le cose, se non impariamo dalla storia del Novecento, i cambiamenti saranno la continuazione in peggio delle tendenze alla chiusura e allo scontro che vediamo oggi.

Ci vorranno idee e una leadership capace di creare nuovi equilibri nel mondo, perché nel disordine trionfano i violenti e prospera la povertà.

Sappiamo che il nuovo leader globale non sarà la Cina. Ma anche l’Europa e l’America non sono preparate di fronte all’accelerazione della Storia. C’è da sperare in un Cigno Nero, questa volta benigno.

Tag: #Esteri

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