Caso Siri, quelle parole di Arata sono un’ammissione di colpevolezza

Pubblicato giovedì, 25 aprile 2019 ‐ Corriere.it

Una lunga conversazione tra l’imprenditore Paolo Arata e suo figlio Francesco captata dagli investigatori della Dia nel dicembre 2018 grazie a una “cimice” inserita nel telefonino. Su questa intercettazione – trasmessa per competenza dai magistrati di Palermo ai colleghi di Roma – si fonda l’accusa di corruzione contro il sottosegretario ai Trasporti e senatore leghista Armando Siri. E proprio sulla trascrizione del colloquio gli inquirenti capitolini chiederanno al tribunale del Riesame di confermare il sequestro di cellulari e computer di Arata, presi una settimana fa durante le perquisizioni. Si tratta infatti del perno di un’inchiesta che – nonostante i tentativi di delegittimazione arrivati da più parti addirittura negando che esistesse la registrazione – sembra destinata ad allargarsi.
Si torna dunque alla fine dell’estate scorsa. Gli Arata discutono dei propri affari. Non immaginano di essere ascoltati e il padre parla a ruota libera. Spiega al figlio i rapporti con Siri, le richieste per farlo intervenire su provvedimenti di legge che riguardano gli impianti eolici per cui loro hanno svariate società e in particolare gli incentivi che loro non possono ottenere. Parla esplicitamente di 30 mila euro che ha dovuto impegnare. Il senso del colloquio per i magistrati è chiaro: quei soldi sono il “costo” per garantirsi l’impegno del politico del Carroccio. Per loro è un’ammissione sufficiente a procedere contro Siri e infatti nel decreto di perquisizione esplicitano esattamente il contenuto dell’intercettazione. E infatti sono proprio gli inquirenti a confermare che «l’interpretazione di quanto affermato da Paolo Arata nell’intercettazione è univoca», soprattutto che non c’è alcun dubbio che si riferisca proprio al suo rapporto con Siri.



Elementi sufficienti per affermare nel provvedimento: «Siri è indagato in qualità di pubblico ufficiale, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, asservendoli a interessi privati — tra l’altro proponendo e concordando con gli organi apicali dei ministeri competenti per materia — l’inserimento in provvedimenti normativi di competenza governativa di rango regolamentare e di iniziativa governativa di rango legislativo, ovvero proponendo emendamenti contenenti disposizioni in materia di incentivi per il cosiddetto «minieolico» — riceveva indebitamente la promessa e/o la dazione di 30.000 € da parte di Paolo Franco Arata amministratore della Etnea srl, della Alqantara Srl, dominus della Solcara srl (amministrata dal figlio Francesco Arata) e dalla Solgesta srl (amministrata dalla moglie Alessandra Rollino) imprenditore che da tali provvedimenti avrebbe tratto benefici di carattere economico».
Nelle conversazioni intercettate Arata si vanta anche di aver brigato affinché Siri avesse un posto nel governo gialloverde e per questo il pubblico ministero Mario Palazzi evidenzia nel decreto il fatto che «Arata è stato sponsor per la nomina proprio in ragione delle relazioni intrattenute». L’imprenditore si occupava delle relazioni con i politici anche per conto di Vito Nicastri il “re dell’eolico”, arrestato perché ritenuto uno dei finanziatori della latitanza del boss Matteo Messina Denaro tanto che nel 2017 ha subito la confisca dei beni per un valore di oltre un miliardo di euro. Anche in questo caso sono le intercettazioni a rivelare come i due fossero in realtà soci di numerose aziende specializzate nelle “rinnovabili”.
Le nuove verifiche mirano a ricostruire l’intera rete di rapporti di Arata anche tenendo conto che il «gruppo Arata-Nicastri», come lo definiscono i magistrati palermitani «alla fine del 2018 ancora incassava i fondi a sostegno del mini-eolico dal Gse, Gestore dei servizi energetici, società per azioni interamente controllata dal ministero delle Finanze». Il legale di Arata, Gaetano Scalise, è perentorio: «Chiariremo tutto facendoci interrogare dai magistrati».

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