Brexit: un manicomio democratico?

Pubblicato giovedì, 21 marzo 2019 ‐ Corriere.it

LA BREXIT È ALLUCINOGENA: la gente la sfiora e comincia a fare cose strane. Sono a Parigi, diretto a Londra. Arrivo alla Gare du Nord, ho il biglietto per l’Eurostar, che passa sotto la Manica e in due ore e quindici minuti porta alla stazione di King Cross/St Pancras. Ho preso questo stesso treno nel 2017, viaggiavo con un piccolo Trump, una statuetta molesta, che induceva chiunque la vedesse a esprimere commenti. Partenza in orario, viaggio impeccabile. Oggi è diverso. Trovo una fiumana di viaggiatori infreddoliti, carichi di bagagli, in coda. Viene annunciato un ritardo di almeno due ore. Il motivo? Le dogane francesi, «preoccupate per l’impatto che Brexit potrebbe avere sul lavoro», hanno indetto uno sciopero bianco: hanno spento cinque dei sei nastri per il controllo bagagli e costringono centinaia di persone ad attendere il turno davanti all’unico funzionante. L’altoparlante emette scuse ipocrite e parla della «necessità di maggiori controlli». L’Eurostar delle 11:06 parte alle 15:02. Un ritardo di quattro ore: tre di coda e una di attesa. Arriviamo alle 16:15, ora inglese.
DALLA STAZIONE di St Pancras scendo verso Aldwych, dove mi aspetta la mia amica e collega Anne Applebaum. Un italiano e un’americana sposata con un polacco prendono il tè alle cinque come gli inglesi di una volta, e parlano degli inglesi di oggi. Anne dice che non ne può più di Brexit. Ipotizza che una soluzione possa essere uscire dall’Unione e restare nel mercato unico; ma nessuno lo ha ancora proposto apertamente. Domani parte per gli USA e il Canada dove terrà alcune conferenze. La vedo sollevata: perfino Trump, in certe condizioni, può costituire una distrazione.


HO UNA CAMERA al Reform Club (104 Pall Mall SW1), dove sono socio dal 1986. Nel guardaroba appendo il cappotto al gancio che indica la mia età, così lo ritrovo. Ho cominciato al numero 29 (vicino alla porta), sono al numero 62 (sotto la finestra). Gran bel posto. Venne progettato da Charles Barry, l’architetto delle Houses of Parliament. Ha ispirato Jules Verne, che ci ha ambientato la scommessa del Giro del mondo in 80 giorni. Qui hanno discusso, tramato, deciso, bevuto (molto) e fumato (parecchio) diversi colossi della storia inglese (Gladstone, Disraeli, Lloyd George, un giovane e iracondo Churchill), scrittori come Charles Dickens, Arthur Conan Doyle e William Thackeray, che qui iniziò a scrivere Vanity Fair e oggi osserva accigliato i commensali della Strangers Room. Ero qui, la notte fra il 23 e il 24 giugno 2016, quando ho saputo che la Gran Bretagna aveva scelto la Brexit. Ho pensato subito che fosse un guaio, non immaginavo così grande. Torno nella stanza dove avevo scritto l’articolo di fondo per il Corriere e ne scrivo un altro, a distanza di quasi tre anni. Tutto, dentro, è attutito e uguale; fuori è cambiato tutto. I rumori, i colori, gli umori. La nazione oggi appare frustrata. Tutti sanno quello che vogliono - uscire dall’Unione Europea, oppure restare nell’Unione Europea - ma nessuno sa come ottenerlo.
HO UN GRUPPO di amici inglesi, sempre gli stessi da quasi quarant’anni, e so di essere fortunato. I giornalisti che transitano per Londra, quasi sempre, costruiscono amicizie provvisorie, spesso con altri stranieri di passaggio. Con Melanie, Peter, Liz e Gabriel e Caroline ci conosciamo dal 1979/1980: andavano ai concerti punk e oggi ci lamentiamo dei reumatismi, avevamo vent’anni e ne abbiamo sessanta, abbiamo figli adulti e ancora discutiamo sulle stesse cose: politica, musica e Europa. Che loro amano: hanno votato tutti Remain, senza eccezione, e dal giugno 2016 coltivano un piccolo lutto personale. Io cerco di non infierire, ma ogni tanto cedo alla tentazione. Melanie ha lavorato per il partito laburista, Peter per la televisione, Caroline per i giornali, Gabriel nella finanza. Ci ritroviamo nel ristorante del figlio di David, il marito di Melanie. Il posto si chiama Brawn’s e sta a Shoreditch uno dei quartieri orientali in ascesa. Stephanie, che ha sposato Peter, è una scrittrice. Si presenta con un libro, Heroic Failure - Brexit and The Politics of Pain (Fallimento eroico - Brexit e la politica del dolore). L’autore è un irlandese, Fintan O’Toole. Il risvolto di copertina promette «uno studio nei pericolosi piaceri del masochismo nazionale». Ho deciso: lo leggerò.
LA MATTINA PRESTO sono ospite di Chatham House, dove ho già parlato in passato. Incontri all’ora del breakfast: l’ospite parla, i partecipanti ascoltano e pongono domande. Il tema che mi è stato chiesto di trattare: What comes next for Italy?, cos’è in arrivo per l’Italia? Attacco così: «Essere a Londra in questi giorni e parlare di incertezza in Italia è come trovarsi sotto le cascate del Niagara e parlare dell’umidità nel salotto di casa». Poi mostro la copertina di 7 (Sette peccati per i Cinque Stelle) e penso: non è umido solo il salotto italiano. Anche la casa, la strada, la città e la nazione sono bagnaticce.
APPUNTAMENTO con Barbara Serra, conduttrice di Al Jazeera, da molti anni a Londra, una collega che conosco e stimo. Prendiamo un caffè insieme a Vittorio Colao, a lungo l’italiano più alto in grado in UK (capo di Vodafone). Barbara teme le elezioni («Litigherebbero solo su Brexit, come fanno da tre anni, ignorando tutto il resto») e confessa, a malincuore, di «veder montare la diffidenza verso gli stranieri, la stessa che percepivo appena arrivata qui». Vittorio è sbalordito dalla faciloneria («Come possono pensare di negoziare centinaia di accordi bilaterali?») e dice che «parlare di Brexit qui ormai è solo un passatempo: nessuno ha la minima idea di come possa andare a finire».
QUANDO HO LASCIATO la redazione di The Economist nel 1993 i colleghi mi hanno regalato un ombrello di Brigg, una confezione di mutande di Marks&Spencer e un motto: «Once an Economist man, always an Economist man». Non immaginavo fosse vero, neppure dopo essere stato corrispondente dall’Italia, tra il 1996 e il 2003. E invece, ogni volta che torno, scopro che è così: «Una volta dell’ Economist, per sempre dell’ Economist ». Come al Corriere, molti giornalisti hanno trascorso l’intera carriera al giornale, ed è un piacere ogni volta ritrovarli (Daniel Franklin, Ed Carr, John Peet, Xan Smiley, Emma Duncan e altri). Il settimanale ha traslocato: da St James’s all’Adelphi Building, sulla Strand. Un unico piano, luminoso. All’ingresso le copertine incollate al muro, come a 7. Ci mettiamo in una stanza in cinque: mi chiedono dell’Italia, domando dell’Inghilterra. Brexit non è solo un argomento, ma una svolta storica: il più importante settimanale del mondo rischia di pagare il declassamento cui la Gran Bretagna sembra volersi condannare?
ALTRO INCONTRO MATTUTINO, stavolta nella City, che più di tutti teme le incognite di Brexit. Il gruppo si chiama Business Club Italia, l’appuntamento è nella Armourers Hall di Coleman Street, EC2. Tra armature e tazze di caffè, racconto dell’Italia. Parliamo anche del Regno Unito, ovviamente. Noto una cosa: mi sembra che l’imbarazzante, dilettantesco pasticcio di Brexit abbia ridotto la sicumera di alcuni inglesi; e gli italiani residenti se ne siano accorti subito. Giorni fa il Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, ha incontrato i capi delle cinque più importanti banche americane e ha cercato di rassicurarli (chissà se c’è riuscito).
THE LONDON BOOKFAIR, Olympia, Hammersmith Road, W14. La fiera del libro londinese è per addetti ai lavori: affollata, spartana, approssimativa nella manutenzione. La città nuova - lo Shard, le passerelle sul fiume, le architetture avveniristiche - sembra lontana. Olympia mi ricorda Londra com’era, e come potrebbe tornare a essere, post Brexit.
SERATA ALL’ISTITUTO ITALIANO di Cultura insieme a Enrico Franceschini, collega di Repubblica e coetaneo. Ho suonato a questa porta di Belgrave Square, la prima volta, nel 1984, ventisettenne corrispondente del Giornale di Montanelli (non mi volevano lasciare entrare, sostenevano che l’invito «Mr Severgnini» fosse per un parente di età più rispettabile). Trovo amici e conoscenti di epoche diverse (tra loro Aridea Fezzi Price e Les Dangerfield, che presentò Inglesi al British Council di Milano). Parliamo del mio nuovo libro, dell’Italia, dell’Inghilterra e del ventennale della 1a Pizza Italians, tenuta qui a Londra nel 1999, e seguita da altri 103 incontri simili, in tutti i continenti, fino al 2010. Brexit aleggia nella sala, come un affronto. Mi rendo conto che molti residenti italiani la considerano quasi un’offesa personale, un tradimento da parte del Paese che amano e col quale hanno condiviso la vita. Un gruppo si avvicina e mi consegna un volume. S’intitola In Limbo, e raccoglie le testimonianze di europei trapiantati in Gran Bretagna, che raccontano cosa è successo dopo Brexit. C’è anche la storia di una signora insultata e minacciata a Oxford solo perché aveva un’auto con la guida a sinistra. La curatrice si chiama Elena Remigi. Con lei Lucia Brusati, che ha creato l’associazione Famiglie Unite in Uk. Nessuno sembra arrabbiato; tutti amareggiati, invece.
CONOSCO LINO MANNOCCI da quarant’anni: viareggino, pittore, è arrivato a Londra nel 1966. Lavorava come lavapiatti, oggi è un artista importante, che espone in tutta Europa. Mi invita, con mia moglie Ortensia, al Chelsea Arts Club (143 Old Church Street SW3), di cui è socio da tempo. Un posto curioso, fedele al suo nome: un cuccia per artisti, molti di una certa età, alloggiato dentro un appartamento affacciato su un giardino. Prendiamo posto al grande tavolo comune, giovanissime cameriere in nero volteggiano tra i tavoli, come farfalle, scherzando con i presenti che, evidentemente, le conoscono bene. L’aria è spensierata, come di rado ho respirato in questi giorni. Ordiniamo una sogliola maestosa, e Lino esprime un’opinione interessante: «Gli inglesi si sono pentiti di Brexit. Ma adesso non sanno come dirlo».
SUL VOLO DI RITORNO verso Milano/Linate, in partenza da City Airport, leggo un commento di Robert Shrimsley sul Financial Times: «Così tanti odiano “l’accordo May” perché dimostra che la loro Brexit perfetta non esiste». Impeccabile. Leggo con attenzione - come si faceva una volta, e oggi non si fa più - anche The Times e The Guardian. I commenti, i racconti, le spiegazioni di Brexit sono complicatissimi: il doppio voto sull’accordo negoziato dal governo con la UE, il doppio voto sull’uscita senza un accordo ( no-deal ), il voto sul rinvio della scadenza del 29 marzo, l’eventualità di dover votare alle elezioni europee in maggio. Mi metto nei panni degli inglesi, che parlano, e sentono parlare, dello stesso argomento senza sosta, ogni giorno, da quasi tre anni. Brexit è uno psicodramma. È piombato sulla nazione più stabile d’Europa e l’ha trasformata in un manicomio democratico.
VISITATELO: certi angoli fanno un po’ paura, ma resta un luogo affascinante.La nazione oggi appare frustrata.

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