Alla ricerca  della vera leadership Disfida tra il monaco  e il manager

Pubblicato venerdì, 11 gennaio 2019 ‐ Corriere.it

La Curia di Bergamo è forse la più ricca al mondo, di vocazioni e anche di opere. Per amministrarla bisogna essere insieme manager e preti: «Candidi come colombe e astuti come serpenti», come Gesù aveva raccomandato agli apostoli.
Il segretario generale della Curia di Bergamo è un giovane prete, Giulio Dellavite, nato a Romano di Lombardia, l’ultimo paese bergamasco prima della provincia di Brescia, insomma il cuore bianco d’Italia, e formatosi in Vaticano alla Congregazione per i Vescovi, alla scuola del cardinale Giovanni Battista Re. In libreria ha esordito con Benvenuti al ballo della vita, longseller Mondadori nato da riflessioni sul Vangelo della domenica, attorno a un gruppo di amici che si era dato appuntamento settimanale tramite email. Ora lo stesso editore pubblica Se ne ride chi abita i cieli. Quasi un romanzo, che comincia ovviamente in una notte buia e tempestosa.


Esce martedì 15 gennaio il volume di don Giulio Dellavite «Se ne ride chi abita i cieli» (Mondadori, pagine 232, euro 18)Il libro parte da una sfida a una delle leggi di Murphy: se qualcosa deve andare male, andrà peggio. Quindi, se a un manager si ferma la nuova auto superaccessoriata, succede dove non c’è campo per i cellulari e davanti alla porta dell’ultima persona al mondo a cui farebbe mettere mano nel suo cofano: un prete. Anzi di più, un monaco chiuso in un’antica abbazia.
Quasi come nel Nome della Rosa di Umberto Eco, il manager comincia una lunga serie di dialoghi con l’abate e il padre portinaio, e con i loro confratelli — il bibliotecario, lo speziale, l’ortolano —, su temi universali come politica, economia e bene comune, ecologia e ambiente, verità e fake news, ruolo delle donne, apertura al mondo. In questa trama romanzesca di incontri, i luoghi del monastero — la cella, il refettorio, la chiesa, la sala delle riunioni, la biblioteca, il corridoio, l’infermeria, l’orto e pure lo spazio vuoto del chiostro — diventano contenitori di significato, sede di riflessione su temi diversi e laicamente universali: i temi che segnano il nostro tempo, su cui si confrontano la visione laica e quella religiosa, o meglio materialismo e spiritualismo. Chi dei due ha più da insegnare all’altro? È il monaco che ha bisogno del manager? O il manager del monaco?
Nato a Romano di Lombardia (Bergamo) nel 1971, Giulio Dellavite è stato ordinato sacerdote nel 1996Il libro è scritto da un prete, ma il racconto è presentato dal punto di vista del manager. Questo porta alla scoperta che ambedue sostengono la stessa tesi, con lingue diverse. L’abate scopre che le cose che dice non sono vere perché le dice la Chiesa; le dice la Chiesa perché sono vere. E il manager scopre che, così come l’abito non fa il monaco, il ruolo non fa il manager.
Il contenuto di confronti e scontri si sintetizza nella concretezza delle «lezioni di leadership», come indica il sottotitolo. È la nota iniziale e sarà la sfida finale: quella tra un potere concepito come sostantivo, cioè «il potere» da far valere, e potere come verbo: poter fare, poter coinvolgere, poter ottenere.
In Se ne ride chi abita i cieli, don Giulio Dellavite affronta, attraverso la lente particolarissima della cultura monastica, tutti i temi cari e utili ai manager di oggi: dal pensare in ottica relazionale alla gestione delle organizzazioni, dai modelli di leadership responsabile alle migliori strategie per affrontare il cambiamento.
In questo modo attualizza insegnamenti millenari, e suggerisce a chi legge che la vera grandezza sta nel non perdere mai di vista la propria dimensione interiore. Soprattutto, la propria umanità.
Chi vince questo duello tra il manager e l’abate? Nessuno dei due. Vince il terzo. Vince il leader. La trama si svolge tenendo come filo rosso le parole e le riflessioni di colui che comunemente è ritenuto l’uomo che ha più potere al mondo, ma proprio nel senso positivo di «verbo»: il Papa.
Nell’irreale silenzio che abita il chiostro, il manager scoprirà infatti un modo nuovo di esercitare la leadership. Quello del «Pope Francis’ Style», come lo definisce Dellavite. Che si rivela uno dei seguaci che Francesco apprezza: non il burocrate in tonaca che ripete pedissequamente le cose sentite in Vaticano, ma il pastore che cala nella realtà economica e sociale di ogni giorno, nella regione più industriosa d’Europa, gli insegnamenti del pontificato di Francesco.

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